NELLE FAMIGLIE ARISTOCRATICHE SICILIANE DEL 700 I MATRIMONI E LE MONACAZIONI VENIVANO DECISE DAI GENITORI E LE FANCIULLE, SPESSO POCO PIÙ CHE BAMBINE, NON AVEVANO VOCE IN CAPITOLO.
Leggiamo nelle pagine del romanzo LA LUNGA VITA DI MARIANNA UCRIA di Dacia Maraini:
“Mentre lei era immersa nel sonno, le si era buttato addosso…il corpo della moglie tredicenne aveva reagito a calci e unghiate.
La mattina dopo, molto presto, Marianna era scappata a Palermo dai genitori. È li’ la signora madre le aveva scritto che aveva fatto malissimo ad andarsene dal suo posto di moglie, comportandosi come un purpu inchiostrato che butta discredito su tutta la famiglia.
– Chi si marita e non si pente, compra Palermo a sole cent’onze –
– Cu si marita p’amuri sempri campa ‘n duluri- e – Femmina e gaddina si perde si troppu cammina – e – La bona mugghieri fa bono maritu- l’avevano investita con proverbi e rimproveri. Con la madre ci si era messa anche la zia Teresa monaca professa scrivendole che andandosene dal tetto coniugale aveva fatto peccato mortale.
Per non parlare della vecchia zia Agata che l’aveva presa per una mano, le aveva strappato la fede e gliela aveva fatta mettere tra i denti con la forza. E infine perfino il signor padre l’aveva redarguita e poi l’aveva riaccompagnata a Bagheria con il suo calesse personale consegnandola al marito, con la preghiera che non infierisse su di lei per riguardo alla sua giovane età.
– Chiudi gli occhi e pensa ad altro- Aveva scritto la zia Professa, cacciandole il foglietto nella tasca dove l’aveva trovato più tardi tornando a casa. – Prega lu Signuri e Iddu ti ricompensera’-.”
Foto Credits: Dettaglio di copertina “La lunga vita di Marianna Ucrìa” Rizzoli Editore.